Facebook ha un grosso problema con la politica

E la politica ha un grosso problema con Facebook.

Andrea Jašin Caniato
6 min readJun 26, 2019

Le elezioni nazionali dello scorso anno e le europee di Maggio hanno confermato una tendenza già diffusa e affermata all’estero e già applicata da alcuni politici nostrani a cui piace molto cucinare uova a forma di cuore: i social sono il metodo più semplice per raggiungere gli elettori.

Nel 2016 se ne sono accorti gli americani, quando durante la gara a 2 per le presidenziali, Hillary Clinton e Donald J. Trump hanno speso un totale di 81 milioni di dollari in sponsorizzazioni su Facebook. Una cifra da capogiro, soprattutto se comparata con la spesa di 1.850.931 euro operata dai politici italiani tra Marzo e Giugno.

L’egemonia dei social nelle campagne elettorali degli ultimi anni deve farci fermare a riflettere su un dilemma : che sistemi di controllo sono stati messi in atto da Facebook o da terzi per evitare eccessive influenze sugli utenti?

Spoiler: praticamente nessuno.

Una volta Giovenale si chiedeva “quis custodiet ipsos custodes?” (chi sorveglia gli stessi sorveglianti?): una domanda dal significato profondo, che ha spinto Alan Moore a scrivere un fumetto, Watchmen, che rappresenta una profonda introspettiva di questo fenomeno.

La tua espressione mentre ti accorgi dei riferimenti culturali di questo articolo

Questa domanda si è protratta per decine di anni all’interno delle “nuove” democrazie occidentali. La risposta è stata data attraverso meccanismi di controllo, organi esterni di vigilanza, divisione dei poteri tra più organi, contrappesi, leggi per limitare le campagne elettorali e via discorrendo.

Un processo che non è stato esteso al mondo digitale.

Per il digitale, invece, è tutta un’altra storia.

Come dicevamo, il paradigma delle campagne elettorali è stato sconvolto dai social network, prima come mezzo per presentarsi in maniera più o meno informale agli elettori, quindi come earned media, e poi come paid media, ovvero come mezzo a pagamento per raggiungere i tuoi elettori.

Ecco, il sogno di ogni pubblicitario pre-internet: raggiungere esattamente le persone che vuoi tu, nel modo in cui vuoi tu e nel momento in cui vuoi tu. Non più entrare nei salotti delle persone con la televisione, ma entrare quotidianamente nella loro routine con i propri messaggi elettorali.

E la cosa ancora più bella per il nostro amico pubblicitario, ora in piena estasi di reach/impression/conversion, è che tutto questo non è normato dallo stato italiano o da qualche organismo internazionale, ma è solo limitato parzialmente da Facebook.

In sostanza, una società privata è responsabile del controllo su se stessa.
Un capolavoro del libero mercato e della sua mano invisibile.

Mi piacciono i meme un po’ cringe

Facebook trae profitto dalle campagne elettorali e questo profitto deve essere normato, se non addirittura impedito. È impossibile che chi guadagna dalla democrazia stessa sia al di sopra delle regole.

Certo, Facebook ha messo online dei dati sulle campagne di advertising politico che avvengono sulla sua piattaforma, ma questi dati urlati al mondo nel nome della trasparenza in realtà dicono poco o nulla.

Sì ok, ora puoi scrivere articoli senza un minimo di analisi su quanto spendono i politici italiani e meravigliarti del fatto che Salvini spende tanto sulla sua pagina personale. Bene, una volta che ci sono 20 articoli sulla stessa cosa, c’è stata qualcuna di queste testate che ha approfondito qualcosa? Macché.

All’estero invece ci tengono ad indagare questi fenomeni

Chi ha approfondito, invece, è stata Carole Cadwalladr, giornalista del Guardian e dell’Observer, che in un TED Talk ha spiegato il perché ha iniziato a indagare sul perché un paesino gallese storicamente di sinistra, abbia vinto il voto per il Leave con un margine decisamente ampio.

Long story short, il paesino in questione non aveva problemi di immigrazione, l’Unione Europea aveva finanziato molteplici progetti per centinaia di milioni di sterline. Quindi perché votare Leave?

A quanto pare i nostri amici gallesi sono stati targettizzati da campagne adv riguardo all’entrata della Turchia nell’UE.

Un esempio degli ad che i gallesi si sono trovati davanti

Da lì, è partita un’inchiesta pubblicata poi dall’Observer che ha portato alla scoperta scandalo di Cambridge Analytica, guidata dalle dichiarazioni del whistleblower Christopher Wylie che l’ha definito come “un esperimento estremamente non etico che, all’interno del processo democratico, giocava con la mente di un intero paese senza il consenso di questo o senza che i cittadini ne fossero a conoscenza[…] una macchina di propaganda perfetta”.

Una ricerca che è andata ad approfondire come siano state indicizzate le preferenze e le abitudini di circa 50 milioni di utenti e come sono stati costruiti dei modelli per sfruttare al meglio le informazioni ottenute, specialmente quelle più personali e relative alla sfera politica.

La pubblicazione di questa inchiesta ha fatto perdere al prezzo delle azioni di Facebook oltre 100 miliardi di dollari e ha obbligato Mark Zuckerberg ad apparire davanti al Congresso americano per spiegare quanto successo con Cambridge Analytica.

Cadwalladr ha anche portato alla luce molteplici crimini analoghi commessi durante il referendum sulla permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea e prove sull’interferenza della Russia nella Brexit.

Qui un articolo per approfondire il rapporto tra big data e campagne elettorali.

Quindi è vero che Facebook ha causato la vittoria di Trump e del Leave?

Non proprio. Non ci sono prove che Cambridge Analytica abbia causato questi due avvenimenti epocali. Tuttavia non è questa la domanda che ci dobbiamo porre riguardo a questo avvenimento.

Da questa vicenda deve uscire una domanda vitale per il futuro del nostro sistema democratico: vogliamo davvero che la politica e la democrazia diventino una mera appendice della comunicazione?

Eh ma, se uno è più bravo a comunicare è giusto che vinca! Se sa porsi bene verso le persone allora va premiato”, direte voi.

In parte è vero, le persone incapaci di comunicare se stesse sono sempre state limitate e punite, specialmente in politica, ma qui la questione è ben più complessa. Non è più una questione del politico carismatico con il sorriso da star televisiva. È un problema legato ai processi dei social network.

Facebook si basa sulle filter bubble, ovvero crea delle zone idilliache dentro le quali l’utente troverà articoli, immagini e opinioni in linea con il proprio pensiero, così da sentirsi più a suo agio e spendere più tempo sullo stesso social network.

È fatto per massimizzare la permanenza nel feed, in modo da ottenere ancora più profitti dall’advertising sulla piattaforma, oltre che per ottenere ancora più dati sull’utente.

Nulla di male (forse), Facebook è pur sempre un’azienda privata che deve guadagnare da quello che fa. Il problema però nasce quando il meccanismo della filter bubble entra in contatto con la politica.

Immaginate che in questo Eden digitale entri — pagando — un tizio che vi propone un messaggio elettorale esattamente in linea con i vostri interessi. Basta selezionare le giuste preferenze nel momento in cui si imposta una campagna inserzioni e ogni persona vedrà esattamente il messaggio che gli si vuole mostrare e che lei vuole vedere.

Ora, siete nella vostra filter bubble, va tutto bene, è difficile trovare qualcosa che non vi interessi minimamente e men che meno che vi infastidisca; appare il messaggio di un politico che parla esattamente come te e delle stesse criticità politiche a te care: ti fideresti subito o andresti a verificare minuziosamente la fonte?

Tendenzialmente ti fideresti, almeno secondo i tuoi compatrioti o Buzzfeed.

Quindi cosa si può fare?

Per questo finale scoppiettante si ringrazia la collaborazione di Davide Vanacore.

A questo punto, la risposta ovvia sarebbe invitare il legislatore ad affrontare il problema.
È la soluzione giusta, ma al momento è anche quella sbagliata.

Il grosso problema è l’incompetenza della maggior parte dei politici e dei tecnici in questo campo: è difficile normare uno strumento che fatichi a comprendere.

L’hanno dimostrato le interrogazioni del Congresso americano a Mark Zuckerberg e a Sundar Pichai, dalle quali sia Facebook che Google sono usciti senza grossi problemi, grazie soprattutto alla scarsa dimestichezza dei questionanti con il digitale.

Nell’era della corporate social responsibility, dove le aziende spendono cifre enormi per migliorare la propria brand image, Facebook è uscito praticamente indenne da uno scandalo come Cambridge Analytica.

Anche in Europa si è vista questa arretratezza concettuale che vorrebbe ingabbiare il digitale in sotto lenti visive del passato: la Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale ha scatenato molteplici proteste riguardo alla libertà di espressione, ma non ha provato a fronteggiare la Gang of Four.

Da qui, possiamo facilmente dedurre che quello che serve per regolamentare Facebook e gli altri tech giants non sono politici che faticano a comprendere i complessi meccanismi che muovono e sostengono la rete.

Piuttosto, per normare Facebook etc., necessitiamo di una nuova classe dirigente, consapevole sia del peso e dell’importanza del digitale all’interno della nostra società che della necessità di normare la rete senza intaccarne il principio di fondo di libertà.

Un delicato equilibrio difficile da trovare, ma verso cui si stanno muovendo svariati movimenti e partiti, specialmente il Partito Pirata.

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